Situazione della scuola italiana

31 ottobre 2026

Questo articolo nasce da Come è messa la scuola italiana di Lorenzo Ruffino, da cui riprende gran parte dei dati, che ho verificato, aggiornato e integrato con grafici su dati Eurostat.

In Italia la spesa complessiva per l’istruzione è più bassa che nel resto d’Europa, ma quella per alunno della scuola primaria è più alta. La ragione sta nell’organizzazione del sistema: molti insegnanti in rapporto agli alunni, classi piccole, edifici piccoli e numerosi, più ore di lezione. Gli stipendi dei singoli docenti, invece, sono inferiori a quelli di Francia, Germania e Spagna e nell’ultimo decennio hanno perso potere d’acquisto.

Il quadro d’insieme

L’Italia destina all’istruzione l’8,0% della spesa pubblica totale (fig. 1): è il valore più basso fra i 27 paesi dell’Unione, subito dopo la Grecia (8,2%).

La media UE è del 9,7%, la Svezia arriva al 14,4%. Eppure, a parità di potere d’acquisto, un alunno della primaria costa allo Stato italiano circa 9.000€ l’anno, contro i 7.400 della Francia e gli 8.100 della Germania.

Fig. 1: Mappa UE della quota di spesa pubblica destinata all’istruzione nel 2024: Italia 8,0%, ultima nell’UE

Fig. 1 – Quota della spesa pubblica destinata all’istruzione, 2024. Elaborazione su dati Eurostat (gov_10a_exp, COFOG GF09). La mappa riporta anche Islanda, Norvegia e Svizzera, che non fanno parte dell’UE.

I due dati sono entrambi corretti, e tenerli insieme aiuta a capire gran parte dei problemi della scuola italiana. Il quadro si può riassumere in quattro punti:

1. la spesa complessiva per l’istruzione è bassa ed è assorbita quasi per intero dagli stipendi di un personale molto numeroso;
2. le classi sono in media poco affollate, ma i singoli insegnanti sono pagati relativamente poco;
3. per la manutenzione e l’ammodernamento degli edifici, per i servizi e per le dotazioni didattiche restano risorse scarse o del tutto insufficienti;
4. negli ultimi trent’anni le riforme si sono concentrate soprattutto sull’esame di maturità, più che sui problemi strutturali e organizzativi del sistema.

Poco in totale, molto per alunno della primaria

Rispetto al PIL, secondo Eurostat, nel 2023 la spesa pubblica italiana per l’istruzione è stata pari al 4,1%, contro il 4,7% della media europea, il 5,3% della Francia, il 4,8% della Germania e il 4,3% della Spagna (fig. 2).

I due indicatori misurano cose diverse: il primo (8%) è il peso della scuola nel bilancio pubblico, il secondo (4,1%) è il suo peso sull’economia. La quota sul bilancio dipende anche da quanto pesano le altre voci di spesa: in Italia pensioni e interessi sul debito sono particolarmente elevati, e nel 2023, con la spesa totale gonfiata dal Superbonus, la quota dell’istruzione era scesa addirittura al 7,3%.

Fig. 2: Mappa UE della spesa pubblica per l’istruzione in % del PIL nel 2023: Italia 4,1%, media UE 4,7%

Fig. 2 – Spesa pubblica per l’istruzione in % del PIL, 2023. Elaborazione su dati Eurostat (educ_uoe_fine06).

Il confronto nel tempo è ancora più eloquente. Tra il 2010 e il 2024 la quota della spesa pubblica italiana destinata all’istruzione è scesa dall’8,8% all’8,0%, mentre la media europea è passata dal 9,9% al 9,7% (fig. 3). In quattordici anni l’Italia ha ridotto il peso della scuola nel proprio bilancio molto più della media europea: è questa la parte di verità nella diffusa denuncia del sottofinanziamento.

Fig. 3: Classifica dei paesi UE per quota di spesa pubblica destinata all’istruzione nel 2024: Italia ultima con l’8,0%

Fig. 3 – Quota della spesa pubblica destinata all’istruzione nei paesi UE, 2024, e spesa in valore assoluto. Elaborazione su dati Eurostat (gov_10a_exp, COFOG GF09).

La spesa per studente cambia molto a seconda del livello. Nella primaria l’Italia spende più di Francia e Germania, ma già nella secondaria superiore la situazione si rovescia: 8.500€ per studente a parità di potere d’acquisto, contro una media europea di 9.000, i 10.600 della Francia e i 12.100 della Germania. Considerando tutti i livelli insieme, nel 2022 l’Italia spendeva 7.945 unità di potere d’acquisto per studente, sotto la media UE di 8.246.

All’università la distanza diventa massima: la spesa per studente è di circa 9.000 dollari a parità di potere d’acquisto, contro una media OCSE di 15.000 (Education at a Glance 2025). A differenza di quanto accade nella maggior parte dei paesi OCSE, in Italia la spesa per studente diminuisce man mano che si sale di livello, e il sottofinanziamento è particolarmente grave proprio nell’istruzione terziaria.

Molti docenti, classi piccole, tante ore

Perché allora un alunno della primaria costa così tanto? Circa tre quarti della spesa per l’istruzione vanno in stipendi (75%, contro il 70% della media OCSE), e nel bilancio 2026 del Ministero il personale assorbe l’87% delle risorse, mentre al funzionamento ordinario delle scuole resta l’1%. Il personale è numeroso: nella primaria ci sono 10,7 alunni per docente, contro i 13,4 della media UE e i 18,1 della Francia; le classi hanno in media 17,9 alunni (20 nell’OCSE) e gli alunni passano a scuola 917 ore l’anno, contro una media di 804.

Dal 2015 i docenti statali sono aumentati di circa 142.000 unità mentre gli alunni sono diminuiti dell’8%. Una parte importante della crescita riguarda il sostegno, i cui docenti sono raddoppiati in dieci anni, da 126.000 a circa 250.000. E il calo demografico continuerà: secondo le proiezioni Istat, la popolazione tra 6 e 18 anni scenderà da 6,9 milioni nel 2025 a circa 5,2 milioni nel 2040, un quarto in meno. A parità di organici, la spesa per alunno è quindi destinata a crescere ancora.

Edifici piccoli, vecchi e spesso senza mensa

Secondo l’Anagrafe dell’edilizia scolastica del Ministero, in Italia ci sono circa 39.000 edifici scolastici statali per circa 7.900 istituzioni scolastiche: in media cinque edifici per istituto e 178 alunni per edificio. Il 44% degli edifici ospita al massimo cinque classi.

Fuori dai capoluoghi di provincia, dove si trovano tre edifici su quattro, la quota di edifici con al massimo cinque classi sale a 1 su 2 e gli alunni per edificio scendono a 151, contro i 268 delle città. Questa frammentazione fa crescere i costi per alunno di riscaldamento, personale non docente e manutenzione.

Anche lo stato degli edifici è critico. Secondo i dati dell’Anagrafe per l’anno 2023/24, solo il 37,2% degli edifici ha il certificato di agibilità, il 33,8% quello di prevenzione incendi e il 12,7% è stato progettato secondo criteri antisismici; appena un edificio su dieci ha tutte le certificazioni previste. L’età media del patrimonio scolastico si avvicina ai sessant’anni.

Mancano poi spazi essenziali. Nel 2024/25 la mensa era presente solo nel 44,5% degli edifici della scuola dell’infanzia e del primo ciclo, con forti differenze territoriali: 57,4% nel Nord-Ovest, 28,9% al Sud e 26% nelle Isole. La palestra interna c’è in poco più della metà degli edifici (52,1%). Non sorprende che il tempo pieno alla primaria riguardi solo il 44% degli alunni, con punte del 64% nel Lazio e un minimo del 14% in Sicilia.

Insegnanti pagati poco e sempre meno

Secondo i dati Eurydice relativi all’anno scolastico 2024/25, una maestra italiana guadagna 25.200€ lordi l’anno a inizio carriera e arriva al massimo a 36.700€ dopo 35 anni; per gli insegnanti delle superiori la forbice va da 27.200 a 42.100€. Rispetto ai lavoratori laureati a tempo pieno, gli insegnanti italiani guadagnano il 65% (media OCSE 87%). Gli stipendi italiani non sono i più bassi dell’OCSE, ma restano inferiori a quelli di Francia, Germania e Spagna.

Nel 2005 lo stipendio di una maestra con 15 anni di anzianità era pari al salario medio italiano, e lo era ancora nel 2020. Poi il rapporto è sceso a 0,91 nel 2022 e a 0,87 nel 2025: tra il 2020 e il 2025 il salario medio è cresciuto di quasi il 20% in termini nominali, lo stipendio contrattuale dei docenti solo del 3,8%. Il confronto va letto con un po’ di cautela, perché nel 2020 il salario medio era depresso dalla cassa integrazione legata alla pandemia, e perché il rinnovo del contratto 2022-2024, firmato a cavallo fra il 2025 e il 2026, ha poi portato aumenti dell’ordine dei 150€ lordi mensili. Ma la tendenza di fondo resta.

In termini reali, posto a 100 lo stipendio contrattuale del 2015, nel 2024 quello italiano era sceso a 89,4, mentre la media OCSE era salita a 103,6; la Francia era a 99,5, la Germania a 96,9 e la Spagna a 97,3 (Education at a Glance 2025). Fra i grandi paesi europei, nessuno ha visto ridursi così tanto il potere d’acquisto dei propri insegnanti. L’edizione 2026 del rapporto OCSE conferma il quadro: tra il 2015 e il 2025 gli stipendi iniziali dei docenti delle medie hanno perso oltre il 10% in termini reali.

13 riforme della maturità in 30 anni

Dal 1996 a oggi l’esame di Stato conclusivo delle superiori è stato modificato tredici volte, sette delle quali in modo strutturale: in media un intervento ogni due anni e poco più, una riforma di fondo ogni quattro anni e mezzo. Alcune tappe:

1997 – la legge 425 introduce, dalla sessione 1999, tre prove scritte, il punteggio in centesimi e le commissioni miste;
2002 e 2007 – si passa alle commissioni interne e poi di nuovo a quelle miste;
2019 – con il D.Lgs. 62/2017 le prove scritte scendono a due e il colloquio parte dalle “buste”;
2020-2021 – per la pandemia l’esame diventa solo orale;
2022-2023 – tornano le prove scritte;
2026 – con il D.L. 127/2025 torna il nome di “esame di maturità”, il colloquio diventa obbligatorio per superare l’esame e si concentra su quattro discipline.

Chi si è diplomato tra il 2018 e il 2023 ha così affrontato, a seconda dell’anno, cinque esami diversi, pur avendo studiato su programmi e orari sostanzialmente uguali.

Non è cambiato solo l’esame. Anche la formazione iniziale dei docenti è stata ridisegnata cinque volte in venticinque anni (SSIS, TFA, FIT, requisito dei 24 CFU, percorsi abilitanti da 60 CFU), e le Indicazioni nazionali sono state riscritte nel 2007, nel 2012, nel 2025 per il primo ciclo e nel 2026 per i licei, mentre il monte ore è rimasto invariato.

Nessuna di queste riforme è stata accompagnata da una valutazione d’impatto sistematica: il Consiglio di Stato ha sospeso il parere sulle Indicazioni nazionali del 2025 proprio per la mancanza di un’analisi d’impatto.

Se la politica preferisce intervenire sull’esame è perché si tratta di una riforma visibile, con effetti immediati e a costo quasi nullo.

Orari, organici e stipendi sono invece molto più difficili da cambiare, perché richiedono risorse e scelte impopolari: un’immagine del modo in cui in Italia si governa la scuola.

Fonti

L. Ruffino, “Come è messa la scuola italiana”, 17 settembre 2026 – fonte principale dei dati su spesa per livello, organici, edifici, stipendi e riforme.

Eurostat, gov_10a_exp (COFOG GF09) ed educ_uoe_fine06 – elaborazioni dell’autore (figg. 1-3); spesa per studente: educ_uoe_fini04.

Eunews, “Eurostat: spesa Ue per l’istruzione stabile al 4,7% del PIL”, 18 agosto 2026.

Euronews, “Paesi europei, spesa per l’istruzione”, 28 agosto 2026 – spesa complessiva per studente, 2022.

Orizzonte Scuola, quota dell’istruzione sulla spesa pubblica nel 2023.

OCSE, Education at a Glance 2025 – nota paese Italia ed Education at a Glance 2026 – Italia.

Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, “La spesa pubblica per l’istruzione in Italia: bassa, in discesa e sbilanciata verso i livelli meno avanzati”, 2024.

Ministero dell’Istruzione e del Merito, Anagrafe dell’edilizia scolastica (Portale Unico dei Dati della Scuola); dossier Tuttoscuola sull’edilizia scolastica, ottobre 2025; News Istruzione su mense e palestre, agosto 2026.

Eurydice, stipendi di docenti e dirigenti scolastici 2024/25.

Tecnica della Scuola, Education at a Glance 2026; Pagella Politica, stipendi degli insegnanti nell’OCSE.

D.L. 9 settembre 2025, n. 127 (riforma dell’esame di Stato); EdScuola, gli esami di Stato dal 1924 al 2006.